Fine settimana da Roma a Casteldebole

Innanzitutto GRAZIE a tutti coloro che in questi giorni, da quando il sito è on line, mi hanno scritto, mi hanno mandato sms, si sono iscritti alla comunità di Facebook, hanno lasciato commenti sul blog. Questa risposta è un segnale importante di incoraggiamento. Ancora, GRAZIE. Vi racconto qualcosa del mio fine settimana.

Dire che è stato un fine settimana intenso è un eufemismo: ho partecipato alla manifestazione a Roma di sabato 25 ottobre Salva l’Italia. Per me è stata un’esperienza emozionante, intensa sia sotto il profilo morale che quello fisico: i chilometri a piedi, il rumore assordante ma festoso della folla, gli amici con cui ho condiviso la marcia. Potrei soffermarmi sui contenuti dei discorsi – molti oratori davvero bravi, qualcuno anche emozionato di fronte a una simile folla – ma preferisco soffermarmi sui volti dei tantissimi giovani presenti alla manifestazione. Ne ho conosciuti tanti, anche di Bologna sul treno delle 6.40 che ci ha portato nella capitale. E’ stato un corteo anagraficamente giovane, almeno questa è ma mia impressione. Il loro entusiasmo, la loro grinta mi sembrano la migliore interpretazione di un sano senso di partecipazione

Ma vorrei anche ricordare la mia domenica. Ho partecipato come oratore ufficiale alla commemomorazione dell’eccidio di Casteldebole. E’ un episodio non notissimo della Seconda Guerra Mondiale, sul museo virtuale della Certosa c’è una scheda esplicativa curata dallo storico Sauro Onofri. Riporto alcuni passaggi del discorso che ho pronunciato:

Credo che nessuno, riflettendo su ciò che è accaduto qui, possa fare a meno di porsi delle domande, di cercare risposte ai tanti interrogativi che la storia ci ha consegnato.

Cosa resta oggi dell’impegno – fino al sacrificio estremo – della parte migliore di una generazione che scelse la via della lotta alla sopraffazione, della lotta alla negazione della dignità umana e della libertà?

Cosa ci hanno lasciato quelle ragazze e quei ragazzi, quelle donne e quegli uomini che scelsero di mettere in gioco quanto avevano di più caro per consegnare alle generazioni future un Paese diverso da quello che loro avevano conosciuto?

Cosa resta di quelle persone che incapparono nella furia sanguinaria nazifascista, senza nemmeno far parte della Resistenza militante?

Ebbene, quelle donne e quegli uomini ci hanno lasciato un patrimonio inestimabile, una eredità della quale nessuno può sminuirne la grandezza, una eredità che nessuno può permettersi di vanificare.

E’ la libertà, è la democrazia, è il rispetto dell’uomo verso l’uomo, è la capacità di costruire un mondo nel quale le differenze rappresentano un valore, nel quale la solidarietà è la via per affrontare il futuro, nel quale nessuno può giudicare l’altro per il colore della pelle, per il credo religioso, per le convinzioni politiche.

(…)
Fu Resistenza la lotta di chi imbracciò le armi, quindi, ma fu Resistenza anche quella di chi veniva trascinato via dalle proprie case per essere inviato ai campi di concentramento, quella di chi si rifiutava di collaborare, e per questo rischiava la morte.

(…)
Sono quei valori e quei principi che oggi dobbiamo difendere e fare nostri, perché è in essi che troviamo le nostre radici, perché è da essi che è partito quel percorso che ci ha portato alla democrazia e alla libertà.

Ed è per questo – ne sono convinto – che non possono essere messe sullo stesso piano le scelte di chi si trovava su versanti contrapposti.

E’ per i motivi e gli ideali che stavano alla base di questo ed altri episodi che il revisionismo più spregiudicato non può attecchire.

Perchè non si possono accomunare i morti partigiani e i morti nazifascisti, strumentalizzando un giusto e condivisibile sentimento di pietà umana che nessuno nega.

Per combattere l’odio deve crescere l’unico antidoto capace di contrastarlo: la cultura della Pace, della tolleranza, del lavoro, della convivenza, delle uguali opportunità per ogni cittadino.

Su questo dobbiamo impegnarci ogni giorno, per evitare che la cultura dell’odio si moltiplichi, facilitata da fattori esterni quali possono essere le crisi economiche, la disoccupazione, la paura della diversità, il razzismo.

Una Risposta to “Fine settimana da Roma a Casteldebole”

  1. Alessandro Albano Says:

    Parto dalla fine.
    Alcune sere fa mi sono imbattuto in uno scampolo di “Porta a Porta”, programma ormai destinato ad assurgere al rango di “terza camera” legislativa, in cui si fanno dichiarazioni o si anticipano proposte legislative, quando non di patinato surrogato di “Un giorno in pretura” con schiere di plastici, testimoni, avvocati del libero foro, magistrati, psicologi, maghi, nani, ballerine….
    A tali funzioni sembra destinata ad aggiungersi quella di offrire opportunità per svolgere operazioni di meditazione storiografica: come altro definire il dibattito tra (pochi) storici, un romanziere già giornalista e una partigiana, relegata in un angolo di malcelata compassione da parte di chi, oggi, si arroga il diritto di giudicare, di riscrivere, di sindacare, mai con chiarezza, sempre con ipocrita volontà di “raccontare tutto quanto”.
    Ecco, finchè ci saranno puntate come quella dell’altro giorno, (che si occupava del tragico eccidio di S.Anna di Stazzema) dubito che quanto tu scrivi e da me pienamente sottoscritto possa trovare pieno accoglimento nelle coscienze di tutti.
    Perchè quanto tu hai scritto in merito all’eccidio di Casteldebole non è nè di destra, nè di sinistra…è qualcosa di repubblicano, di italiano, nel senso alto e profondo ad un tempo che proviene dalla coscienza di essere una democrazia che affonda le sue radici nella Resistenza.

    Sulla bella manifestazione dell’altro giorno potrei semplicemente dire che ci voleva, ma non basta. E’ stato un momento di ripresa del senso di appartenenza ad una nuova esperienza, ma anche la coscienza di esserci sempre stati, anche se non sempre sotto le stesse bandiere, ma uniti da valori che ci ha permesso di mescolarle prima e di accantonarle poi, per averne solo una.
    In breve: al di là dei numeri, gli altri non sarebbero mai in grado di portare la stessa gente, con lo stesso spirito, in piazza.
    Però, ogni giorno la sua pena, e la difficoltà di trasmettere un messaggio dovendo essere bravi più di B. con molto meno (eufemismo…) potere mediatico, costruire linee condivise nel partito, attrezzarsi per vincere le prossime scadenze elettorali. Niente di più essenziale, e di difficile.

    Infine, grazie a te per aver deciso di correre questa sfida, e non mi dire che qualcuno non ti ha detto “ma chi te lo fa fare?” perchè non ci credo. Grazie per aver scelto di scegliere, perchè tanti hanno pensato a te quando Cofferati ha detto che non si ricandidava, e forse (ma magari è solo una mia impressione) a destra (solo?) speravano che tu rimanessi defilato, o ti indebolissi giorno dopo giorno nel limbo dell’indecisione.
    Un plauso agli strumenti che hai scelto per comunicare, essenziali per l’elettorato più giovane.
    Insomma, vai che (non) sei solo ma che ce la puoi fare.
    Ce la devi fare, aggiungo io, per Bologna, per quanto dici in radio sulla città, che è quello che si sente in bus, nei bar, in Piazza Maggiore, sui luoghi di lavoro, ed è quello di cui parlano le famiglie.
    Tu una risposta la puoi dare, penso che ne siano convinti (o lo temano) in tanti.
    Alessandro

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