Lavoro e coesione sociale

Flavio Delbono al Quartiere Porto - Incontro Welfare Lavoro Coesione Sociale
Flavio Delbono al Quartiere Porto – Incontro Welfare Lavoro Coesione Sociale 24 novembre

Traggo sempre spunti molto interessanti dagli incontri che facciamo in giro per la città. Perché credo che il programma da presentare ai cittadini non possa e non debba essere un pacchetto preconfezionato, ma possa costruirsi nel tempo, nel corso di questi mesi pre-elettorali.

Dall’incontro di lunedì sera al Quartiere Porto sulla tematica “Lavoro, sviluppo e coesione sociale” sono venuti fuori tanti temi caldi che riguardano la nostra città, ma non solo. Lo stato sociale, le difficoltà dei giovani e delle donne nel mondo del lavoro, la crisi economica in generale.

Se vogliamo essere onesti innanzitutto con noi stessi nell’affrontare questi argomenti, credo sia doveroso partire da una premessa. La consapevolezza, cioè, che le risorse sono generalmente in esaurimento: “fare di più con meno” diventa una necessità, non uno slogan. E sono i piccoli comuni o la Regione stessa che ci insegnano come fare di più con meno possa semplicemente significare, spesso e volentieri, coordinarsi per rispondere meglio a bisogni collettivi. Unire i propri uffici tributari o creare il pulmino scolastico che faccia il giro dei comuni sono provvedimenti che non necesitano di leggi speciali e sono esempi concreti di come si possa fare di più con meno.

Una volta condivisa questa premessa, viene più facile trovare anche messaggi tranquillizzanti da sottoporre ad una città come Bologna poco predisposta, in questo momento, a farsi prendere in giro. Una città che vive una fase di lieve decremento della popolazione considerato il saldo negativo tra natalità e mortalità.

Tra le idee di sviluppo economico di Bologna, dunque, deve per forza di cose esserci quella di far crescere la popolazione dell’intero territorio, provando a diventare più attraenti agli occhi di chi vive fuori. Soprattutto agli occhi di quelle categorie di cui la città ha bisogno. Penso, per esempio, alle collaboratrici familiari, da prendere e regolarizzare. Dobbiamo cercare idee di sviluppo della città, partendo quegli elementi che marchiano fortemente la nostra comunità. Penso al ricchissimo mondo dell’associazionismo e del volontariato, a quel mondo cooperativo che rappresenta un fortissimo elemento identitario per Bologna e l’intera regione. Un mondo che meriterebbe un festival dell’economia sociale non come semplice operazione di marketing, ma occasione di collettivo rivelamento identitario della città. Individuare delle finalità comuni e metterci daccordo sugli strumenti per realizzarle è una priorità. Senza, però, fossilizzarci sulle discussioni sugli strumenti stessi. Bisogna appassionarsi agli obiettivi, non agli strumenti. Possiamo infervorarci sulla coesione sociale, sulla necessità di dare sicurezze a questa città, non sui mezzi più adatti per perseguirla.

2 Risposte to “Lavoro e coesione sociale”

  1. Lorenzo Says:

    Discutevamo con un nostro professore di marketing territoriale e a un certo punto – curiosi – siamo andati a visitare il sito internet di Bologna Turismo.

    Il Prof ci ha detto che è fatto male: grafica vecchia e una demotivante notizia di apertura “Zona a traffico limitato”.

    Il professore ha concluso che, con simili mezzi di comunicazione, non deve stupire se Bologna ha pochi turisti rispetto a città competitor, come Firenze e Ferrara.

  2. Valeria Says:

    Caro Flavio,
    Condivido appieno il tuo approccio, sulla necessità di “Individuare delle finalità comuni e metterci d’accordo sugli strumenti per realizzarle … Appassionarsi agli obiettivi, non agli strumenti. Possiamo infervorarci sulla coesione sociale, sulla necessità di dare sicurezze a questa città, non sui mezzi più adatti per perseguirla”.
    Mi aggancio alla tua chiosa finale perché è proprio di “coesione sociale” e “sicurezze” che sono appassionata. Sarà perché rientro, molto probabilmente, tra quei circa 22.000 “immigrati” dal resto d’Italia che citavi il 10 novembre al circolo Arci Benassi, o sarà perché vengo da una realtà sociale, quale quella campana, sicuramente più complessa, sotto molti versi, di quella emiliano-romagnola.
    Quando sono arrivata sei anni fa a Bologna, seguendo il mio istinto (e decidendo poi di rimanervi anche per altri motivi) notavo in modo chiaro e lampante alcune differenze sostanziali rispetto alla mia bella terra d’origine. Negli ultimi anni, in modo repentino quanto il cambiamento climatico, ho assistito a delle trasformazioni del “clima sociale” della città. Non so se sia stato proprio le mie origini o la mia giovane cittadinanza bolognese a consentirmi di vedere prima e, forse, meglio del “bolognese doc” (che più che vedere, “subiva”) la trasformazione di cui parlo.
    Mi spiego. In pochi anni ho visto un mutamento radicale nell’atteggiamento della popolazione locale, che oggi sembra non aver più il coraggio di usare “la voce” di fronte ad episodi di piccola violenza ma anche, e il ché è sintomatico di quanto stia diventando grave il problema, di semplice “insolenza” quotidiana. Quando sono arrivata invece ero stata piacevolmente investita da un’ondata, per me nuova, di partecipazione vera, attiva alla vita (e alla “cosa”) pubblica.
    Questo timore crescente di esporsi personalmente mi fa venire in mente di pensare che stia danneggiando irrimediabilmente (?) una caratteristica, storica e culturale, che contraddistingue Bologna da altre città: il “controllo sociale” che è poi il controllo più capillare perché parte dal basso: dal cittadino che, per primo, pretende dal suo pari il rispetto delle regole comuni. Storicamente esso deriva dal forte senso di appartenenza che i cittadini bolognesi hanno sempre nutrito nei confronti della propria città, sentendola più che mai “propria” e da esso deriva anche l’alto livello di coscienza civile e di vivibilità della città (almeno fino all’altro ieri!). L’indebolimento del senso di appartenenza e “derivati” è dunque un segnale da non sottovalutare perché vi sono altre conseguenze importantissime ad esso collegate, come la partecipazione democratica alla vita pubblica, con tutte le implicazioni socio-economiche che essa comporta (coesione sociale?) e che hanno sempre caratterizzato Bologna, facendola diventare la Mecca di questi principi per chi viene da fuori (il mito di Bologna la rossa è anche questo!!!).
    Questo mi fa pensare anche a quanto i temi affrontati in questa tua campagna, che sto seguendo con passione, siano legati tra loro e trovare il bandolo della matassa è necessario per venirne a capo e salvare capre e cavoli: e uno dei temi centrali a Bologna è diventato, negli ultimi anni, proprio la sicurezza. Questa città bellissima, anche perché città aperta alle tante culture diverse che la vivono quotidianamente, ha bisogno di un’attenzione particolare al tema dell’integrazione sociale di alcune fasce della popolazione. Il tema è di “integrazione reale”, che non può quindi essere reclusa in bronx periferici per tenere a posto le coscienze e le tranquillità più borghesi (da ascoltare anch’esse, peraltro).
    Mi hanno molto colpito le parole che hai usato nella tua “lettera al Pratello” dove dici che “L’ordinanza del Sindaco è come la sberla che il padre dà al figlio indisciplinato. Il gesto in sé può sembrare sproporzionato, ma ricorda al figlio che è in gioco un principio importante: il rispetto delle regole. Lo schiaffo, però, per avere un senso compiuto, deve essere seguito dal dialogo e dalla mediazione, che consentano davvero la condivisione di regole di convivenza e il loro rispetto”, le stesse parole mi sembra calzino a pennello anche per la tematica, intesa a 360°, sulla sicurezza. Questa città ha ricevuto un po’ troppi schiaffi non seguiti da dialogo e condivisione. Dialogo e condivisione sono due cose che i cittadini bolognesi chiedono (forse silenziosamente, ma nemmeno tanto) anche su altre tematiche importanti (ne cito una per tutte, quella delle infrastrutture).
    Tornando al tema delle sicurezze e coesione sociale, la nuova amministrazione comunale dovrà a parer mio affrontare questo tema delicato, mettendo sul campo tutte le risorse ed idee necessarie per cercare, da un lato, di contenere lo sfaldamento del citato senso di appartenenza, dall’altro di “integrare realmente” le varie realtà culturali che popolano la città. Da un lato quindi bisogna restituire Bologna ai bolognesi ma dall’altro bisogna riuscire a “contagiare” positivamente i bolognesi di adozione o per meglio dire far si che gli immigrati diventino anch’essi dei bolognesi di adozione!
    Mi sembra che la direzione che sta prendendo questa tua campagna elettorale vada in questa direzione, per cui non posso che essere sempre più convinta di seguirti in questo tratto di strada che stai percorrendo, non da solo!

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