Questioni femminili e benessere di una società

Incontro in occasione della Giornata Internazionale Contro la Violenza alle Donne - 25 novembre 2008

Incontro in occasione della Giornata Internazionale Contro la Violenza alle Donne - 25 novembre 2008

L’incontro con le donne alle Scuderie di Piazza Verdi è stata un’ottima occasione per esercitare un’autentica pratica di ascolto. Sulle tematiche che le riguardano, gli uomini, e soprattutto i politici maschi in campagna elettorale, corrono sempre il rischio di posizionarsi su due estremi da evitare. Da una parte si rischia di essere retorici e patetici, finendo per assecondare le questioni più che affrontarle. Dall’altra il grosso rischio è la genericità, con l’inevitabile risultato non entrare nel cuore della discussione.

Per questo motivo, preferisco affrontare la questione con altre chiavi di lettura. Avendo avuto la fortuna di studiare in Inghilterra in un buon periodo come gli anni ottanta, ho avuto la possibilità di imbattermi in uno dei più grandi economisti sociali mai esistiti, Amartya Sen, premio nobel per l’economia nel 1998. Amartya Sen sviluppa un approccio radicalmente nuovo alla teoria dell’eguaglianza e delle libertà, individuando la possibilità che l’idea di benessere di una società debba essere misurato attraverso la capacità delle persone. .

Mi piace l’idea di poter declinare questi concetti in quelle questioni che ci ostiniamo a definire femminili e che, in realtà, appartengono invece a tutta la società. In questo approccio trovo le risposte più adeguate alle urgenze che le donne mi pongono davanti: quella del lavoro femminile, l’emancipazione delle giovani donne, di quelle immigrate, la violenza e il tema generale delle convivenze.

In Emilia-Romagna è stato fatto molto negli ultimi quarant’anni grazie a due importantissime operazioni di genere: le politiche per l’infanzia e quelle per l’autosufficienza. Nell’ottica di creare una comunità con più benessere e meno diseguaglianze, si sono tolti i vincoli creando un welfare di qualità accessibile a tutti. La partecipazione femminile al lavoro è stata prodotta fondamentalmente da queste iniziative.

Sono questi i provvedimenti che hanno innescato effetti a catena di emancipazione femminile, a partire, ovviamente, dalla libertà economica. Ci siamo messi nella direzione giusta già anni fa cominciando a parlare di bilancio sociale. All’aggettivo sociale ne sono stati via via alternati di diversi, più precisi, consapevoli che comprendere ciò di cui c’è bisogno, implica per forza di cose un cambiamento nel tempo delle situazioni e degli strumenti per affrontarli. Il welfare pensato per una famiglia tipo di decenni fa deve essere ripensato in base alla realtà che è cambiata. Perché sono cambiate le famiglie, sono cambiate le esigenze.

4 Risposte to “Questioni femminili e benessere di una società”

  1. Laura Says:

    Be’, auguri e figlie femmine, ma mi sembra una dialettica un po’ antiquata.
    Le questioni che ci si ostina a definire “femminili” appartengono già da un pezzo alla società, prima tra tutte la meritocrazia, in other words il concetto secondo cui “l’idea di benessere di una società” dovrebbe “essere misurato [forse andrebbe al femminile…] attraverso la capacità delle persone”. Tutti oggi ne avvertono la mancanza in quanto non sono più solo le donne a essere considerate “soggetti deboli” ma anche una marea di non-raccomandati, disabili, immigrati, omosessuali. è da qui, dal merito, che parte l’emancipazione – anche economica – non solo delle donne. Le politiche di genere mi sembrano un po’ datate in questo senso. O sbaglio?

  2. Federica Says:

    Sono una giovane donna neolaureata, e non le starò a raccontare le mie difficoltà – enormi – per entrare nel mondo del lavoro.

    “Ci siamo messi nella direzione giusta già anni fa cominciando a parlare di bilancio sociale.” Quali sono stati i risultati di questa discussione? E’ troppo chiedere alla politica idee seguite da indispensabili concretezze?

  3. Alice Says:

    Cara Laura, mi rivedo completamente nelle tue parole sulla necessità di non considerare più le politiche per le donne come politiche di genere perchè ormai datate nel senso in cui sono state inaugurate e portate avanti negli scorsi decenni. E perchè non sono tematiche a sè stanti ma riguardano l’intera società.

    Mi pare che anche l’intervento di Delbono vada nella stessa identica direzione: la volonta, cioè, di approcciare la realtà in modo da valorizzare la capacità delle persone a prescindere da sesso, età, paese d’origine…

  4. Laura Says:

    @ Alice
    …infatti nel mio commento è citato (tra virgolette, con una modesta correzione grammaticale tra parentesi quadre) il riferimento preciso alla meritocrazia contenuto nel post di Delbono; il problema è però il solito: come si realizza concretamente?
    La mia voleva solo essere una replica a “Mi piace l’idea di poter declinare questi concetti in quelle questioni che ci ostiniamo a definire femminili e che, in realtà, appartengono invece a tutta la società”. Chi si ostina a definirle femminili? Il lavoro, la famiglia, sono questioni gravi già fatte proprie da larga parte della società. Erano avvertite come meramente femminili alcuni anni fa. In questo senso mi sembrava un modo di procedere datato.

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